L’industria della scarpa italiana è sostenibile? No. E’ questa la risposta della nuova inchiesta del Centro Nuovo Modello Di Sviluppo (CNMS) e della Campagna Abiti Puliti “Una dura storia di cuoio” che ha analizzato la situazione lavorativa nell’industria della concia in Italia. La ricerca, che fa parte del progetto Change Your Shoes, ha preso in considerazione in particolare la cosiddetta Repubblica del Cuoio: il distretto produttivo di Santa Croce sull’Arno (240 concerie e i 500 terzisti che insieme impiegano 12.700 lavoratori nelle province di Pisa e Firenze).
Si tratta in gran parte di aziende di piccole dimensioni. Alcune però che possiedono concerie all’estero per la maggior parte situate in Brasile, India e Est Europa.
Ma quali sono le condizioni di lavoro? Spesso rapporti di lavoro precari, contratti di 4 ore, lavoro nero, ricatto della manodopera straniera, con rischi per la sicurezza e per la salute.
I lavoratori e le lavoratrici però quasi sempre hanno paura a denunciare per non perdere il posto mentre i lavoratori interinali rappresentano la moderna schiavitù.
La schiavitù esiste dunque anche qui in Italia.
”E’ tempo di cambiare le nostre scarpe e migliorare le condizioni dei lavoratori lungo tutta la catena di fornitura” ha detto Francesco Gesualdi, Presidente del CNMS e componente della Campagna Abiti Puliti. “È tempo che i consumatori conoscano in che condizioni sono prodotte le loro scarpe. Questo nuovo report rivela le cattive condizioni in cui versano gli operai delle concerie. Si tratta di una prima fase che vuole accrescere la consapevolezza dei cittadini europei e richiamare i brand al rispetto e i decisori politici alla protezione dei diritti umani nell’industria calzaturiera”.